Le ragioni del fascino assoluto di questo libro di Maurizio Gregorini sono molteplici. Prima di tutto è un canzoniere d’amore scoperto, aperto, dichiarato, fremente, lontano da ogni timida sordina e da ogni pudore di tanta poesia tardo novecentesca. “Voglio la belva di Eros”, scrive l’autore, e canta dell’amore nudità, odori, la frenesia della prima volta, “ordalia di stelle al collasso”, senza risparmiarsi i dettagli più scabrosi: “il preservativo /dentro te ho smarrito”.
E canta la fine dell’amore come privazione di miti. Altra ragione di fascino è proprio il serrato corpo a corpo con il mito: che nel suo esserci, stancarsi, scomparire innerva tutto il libro. L’autore è Dioniso che si innamora all’istante di Arianna, che danza con Tersicore, ed è Cadmio e Tiresia.
La protagonista femminile, così bella “con quel vestito rosso/addosso” la cui “pelle bollente/ è carta maschicida”, è Didone ed Era, Clizia e Andromeda.
Affascinante è anche la metrica, che alterna ritmi sincopati, singhiozzanti, come in “Seno di neve-libro socchiuso-pallide dita-collana sul prato-bocca fiorita- scarpe spaiate…” a momenti di pura cantabilità quasi settecentesca: “Portami lontano/portami per mano/sciogli nell’amore/il caldomiodolore”. Rime sapienti, giochi di parole felici, calibrato multilinguismo, sorprendenti immagini metaforiche (“hai preso per mano/ la mia solitudine e ne hai fatto biscotti di zenzero”) tutto contribuisce a fare di questo libro un libro di splendente vitalità, che i lettori non potranno non amare.
Giuseppe Conte






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