Diego Costacurte - Le stanze del misantropo

La scrittura di Diego ci immette in una sorta di narrazione di paesaggio. Si tratta però di un paesaggio interiore, immaginario e al tempo stesso reale. D’altra parte il solo personaggio presente sottotraccia… è Diego stesso. Non si pensi a un pamphlet polemico o bacchettone. Sono ben presenti elementi sui quali, in genere, si fonda il romanzesco: dosi di fantasia, introspezione, problematiche sociali, scaglie di universale nel particolare in un “work in progress” aperto a sviluppi che il lettore stesso potrebbe rappresentarsi nella mente.

È ben questo lo scopo finale.

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La migliore tradizione favolistica

Nella migliore tradizione favolistica un cane racconta la sua storia e interagisce con un mentore e filosofo suo simile. È l’allegoria dei nostri rapporti interpersonali in continuo, precario equilibrio tra un bisogno individuale di senso e quello di inclusione comunitaria, al tempo stesso limitante e motore di sviluppo emotivo.

E chi è l’avversario racchiuso dentro un ormai vecchio e quasi dimenticato sacco boxe, destinatario di colpi violenti, se non l’alter ego, l’antagonista eterno dell’uomo? Il “divino lottatore” che accarezza (si fa per dire) l’attrezzo d’allenamento con i suoi guantoni cerca meno di piegare un immaginario competitore con la forza, che di addomesticarlo, dopo la lotta, con un gesto di riconciliazione, che esprime rispetto e il piacere che appartiene a entrambi.

La scenetta dei condòmini smaniosi di entrare in possesso della chiave di un cancello pedonale mai usato visto che i più, per comodità, aprono quello principale con il telecomando, precipita il lettore nell’assurdità del quotidiano: la proprietà come elemento qualificativo e soprattutto distintivo, trattandosi nella fattispecie di una chiave non duplicabile. Vengono in mente i gadget per i quali coorti di furiosi consumatori si mettono in fila fin dal mattino presto per aggiudicarsi il prezioso oggetto esclusivo. Non dissimile da quella del portinaio di questo racconto dev’essere il disincanto dei commessi di quei negozi. Purtroppo nella realtà non capita spesso che un bambino con la sua innocenza sveli l’inganno di cotanta brama.

Ma è nel racconto dello specchio che troviamo riassunto il significato finale delle brevi narrazioni di Diego: uno specchio che rimanda il riflesso di un doppio, il quale riflette su sé stesso in quanto immagine e in quanto essere. Il tempo ritrovato è quello della calma, quando l’ambizione giovanile e l’esuberanza irriflessiva cedono il posto a più silenzi e a più saggezza. Un tempo che il mondo ignora incitando a inseguire urgenze alle quali nessuno troverà mai soluzioni adeguate; o a ingannare il tempo senza rendersi conto che si inganna solo sé stessi.

I racconti di Diego suggeriscono che non c’è bisogno d’inventare storie fantastiche, zeppe di colpi di scena e avventure mirabolanti, e che basta fermarsi a osservare la realtà che ci circonda per trovare insieme domande e risposte.

Aldo Viano